Название: E Non Vissero Felici E Contenti
Автор: Federica Cabras
Издательство: Tektime S.r.l.s.
Жанр: Драматургия
isbn: 9788873043843
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«Ma alla fine tu me le hai mai fatte le corna?» domandò lei, un po’ brilla.
«Nossignora. Mai. Una tipa mi ha quasi strappato di dosso le mutande, sembrava una mangiatrice di uomini…»
«Carino.» commentò lei, un sopracciglio sollevato.
«Ma io non glielo ho lasciato fare.» aggiunse, con orgoglio. Ricordava ancora quel bel sedere – con, annessa e connessa la sensazione di averlo tra le mani – e quel completino in pizzo, ma questo non l’avrebbe mai ammesso con sua moglie. «L’ho respinta.»
«Che uomo…» mormorò lei. «Era una bella donna?»
«Che c’entra?» sospirò lui, capendo al volo la trappola. «No, era una donna normale, un po’ grassoccia. Forse anche lievemente strabica. Capelli crespi e sedere grosso. Non il mio tipo, comunque.»
Il corpo di Giorgia era tutt’altro che normale – era una gran figa, di quelle che si vedono nelle riviste mezze svestite – e i suoi capelli sembravano fatti di seta, ma ora era il caso di aggiungere benzina sul fuoco.
«Piuttosto, tu? Mia dolce donna del mistero.»
«Io, no. Assolutamente.»
Sandi era calma e sicura di sé. Mai e poi mai si sarebbe rovinata.
«E il tuo libro? L’hai lasciato a Olivia? Il titolo?»
«Sì, è nelle sue mani, o, meglio, è quasi nella sue mani. Lo troverà domattina. Il titolo non lo so… lo deciderà chi per me.»
Poco prima di dolce e caffè lei disse al cameriere, all’orecchio, di aspettare un quarto d’ora prima di portare un tiramisù per entrambi.
«Sai cosa dobbiamo fare?» disse lei, gli occhi spalancati e accesi. «Vieni con me!»
Si alzò e lo prese per mano. Lui non capiva. Lei si guardò attorno, guardinga, e lo spinse dentro il bagno delle signore. Una volta dentro lo baciò con foga e gli ricordò – per l’ultima volta – chi fosse Sandra Alti e perché facesse perdere così tanto la testa a tutti, malgrado lui questa capacità non l’avesse mai veramente dimenticata.
Uscirono poi dal locale, tirandosi per le mani, eccitati e felici come due adolescenti.
Mangiarono un gelato, poi corsero tra la folla cercandosi, trovandosi, rincorrendosi. Tutti ridevano, alla vista di quella coppia adulta che si faceva gli agguati, che urlava e si nascondeva. Nessuno capiva. Ma loro sapevano. A mano a mano che giungeva l’ora divenivano sempre più nervosi, inquieti. Era come se non vedessero l’ora che tutto avvenisse ma nel contempo che volessero prolungare quell’ora di libertà, di pace, di leggerezza.
Poi si guardarono. Un ultimo bacio fu scandito dalle campane che annunciavano la mezzanotte, e fu allora che camminarono mestamente verso la strada che avevano scelto con cura.
Stapparono un’altra bottiglia di champagne – che Sandi aveva comprato in un’enoteca proprio per quell’occasione – e bevvero alla grande. Poi si presero per mano, presero un respiro e saltarono dall’alto cavalcavia.
Qualcuno ha detto che tra il decidere di uccidersi e il farlo ci sia un momento – un solo, impercettibile e svelto momento – nel quale tutto si mette nuovamente in dubbio. Ecco perché spesso all’ultimo momento si chiede aiuto, o si fugge. È un ultimo barlume di speranza, di voglia di vivere e spesso è di vitale importanza. È la linea che divide l’essere vivi dall’essere morti. Sandi e Eddie avrebbero potuto pensare che a tutto c’è una soluzione, che ogni cosa si può risolvere. Invece le loro menti non ebbero quel momento di riflessione. Poco prima di saltare Sandi pensava a quanto avrebbe desiderato sapere la sorte del libro e all’eventuale titolo che avrebbe voluto dargli, mentre Eddie al fatto che quel cielo di mezzanotte venato di un rosso fuoco fosse fantastico.
E con i pensieri: “Diario di una passione mortale” e “L’avrei voluto nella nostra stanza da letto” finirono due vite, complesse e malate, in un certo senso, ma senza ombra di dubbio interessanti.
*
Ester e Miguel erano fatti, come al solito. Lei urlava per cambiare stazione alla radio e lui urlava perché non voleva che lei urlasse. Avevano un concetto di vita che oscillava dall’illegale al dannoso. Tutte le cose pericolose o schifose o moralmente inaccettabili li affascinavano. Non ricordavano l’ultima volta che avevano fatto l’amore da sobri e senza aver assunto droghe. Non l’avevano comunque mai fatto in un letto. Quando finivano la grana per bucarsi di eroina si inventavano qualcosa; era più difficile se finivi a rota – tutti potevano fare di te ciò che volevano, ed eri alla mercé di ogni idiota che passava – ma erano sempre riusciti a tirare su qualche soldo. Lei aveva già venduto da tempo tutto il suo oro; lo aveva unito a quello rubato a sua madre ed era uscito un gran gruzzolo. Lui non aveva né oro né madre che avesse oro, quindi non aveva avuto nemmeno l’opportunità di farlo. Insieme avevano messo su ebay gli elettrodomestici e i mobili. Ora vivevano in una catapecchia con un tavolo, un materasso maleodorante e scosciato e una televisione datata e polverosa. Da qualche mese lei doveva adescare gli uomini ricchi nelle stazioni di servizio; le faceva schifo e talvolta le veniva voglia di smettere di farsi solo per non vedere quelle facce eccitate, e sudate, e grasse. Ma poi si tornava al principio. Lui diceva di amarla, ma accettava di buon grado che vecchi pervertiti posassero le mani su di lei. «È per una buona causa.» si ripeteva. E non ci pensava. Se l’avesse fatto sarebbe precipitato nella tristezza della sua miserabile esistenza e non ne sarebbe uscito vivo.
Non erano altro che due poveri miserabili che, per un fortuito caso del destino, si erano incontrati. Non avevano idee, né prospettive. Nemmeno i loro nomi erano quelli reali.
Lei veniva da una famiglia perbene; padre avvocato, madre professoressa di italiano e sorella biologa, ricercatrice alla Sapienza di Roma. Un futuro angelico era stato scritto anche per lei, o almeno finché, a quindici anni, fu chiaro a tutti che una pecora nera ci vuole in ogni nucleo familiare. Iniziò con roba leggera, poi entrò in brutti giri: solita storia. I suoi, troppo perfetti per tutta quell’anormalità, con gli estranei non la nominavano neppure ma fra loro ne parlavano di continuo. Non sapevano quale fosse l’errore, cosa avessero fatto di male. Per fortuna l’altra figlia, con i suoi scintillanti risultati, oscurava l’insuccesso di avere una disgraziata in famiglia. Ogni tanto, tra un buffet di Natale e un Capodanno sempre con gli stessi facoltosi amici con la puzza sotto il naso, quando il senso di colpa si impadroniva del loro cuore di pietra la cercavano e le davano un paio di biglietti da cento euro; magra consolazione, dato che venivano usati solo per un ulteriore passetto verso la morte.
Lui era, invece, un bambino nato disagiato. Aveva assaggiato, fin da piccolo, il sapore del sangue nella bocca: non sempre i compagni della sua mamma erano capaci di amarlo. Era stata lei – la sua mamma, la figura che dovrebbe, in genere, adempiere al faticoso compito di rendere l’esistenza dei propri figli un incanto – a iniziarlo alla droga. D’altronde lei stessa era stata indirizzata da suo padre, trafficante di droga noto in tutto il circondario. Nemmeno se si fosse impegnata avrebbe potuto fare di meglio. Aveva messo al mondo cinque figli tutti di padri differenti, e aveva fatto in modo che ognuno di loro fosse abbastanza capace di mettersi nei guai prima di schiaffarli alla porta. L’unica sorellastra con la quale avesse stretto legami e alla quale voleva un gran bene era sparita anni prima; questo di certo non l’aveva aiutato.
Lui se ne era fatto una ragione. «È la vita…», diceva, con tono triste ma fermo.
Stavano insieme da anni; entrambi avevano СКАЧАТЬ